Fotografia e ambiente

RSF. Rivista di studi di fotografia
n. 11/2020
Scadenza: 1 febbraio 2020

CALL FOR ESSAYS

Redazione CUCWritten by:

Credo che, al di là di tanti discorsi e dibattiti intorno al problemi dell’ecologia, non si è mai sufficientemente messo in rilievo come il paesaggio, i luoghi che le persone abitano, non vengono più rappresentati […]; tutti sembrano essersene dimenticati. A me pare che il paesaggio, i luoghi, l’habitat, siano come un territorio nascosto dove si può perpetrare qualsiasi scempio: tutto avviene senza nessun controllo visivo. L’incapacità di guardare all’esterno determina così la possibilità di deturpare qualsiasi luogo senza che nessuno se ne accorga.

Luigi Ghirri in conversazione con Arturo Carlo Quintavalle, in Viaggio dentro un antico labirinto, testi di A. C. Quintavalle, immagini di L. Ghirri, d’Adamo Editore, Bergamo 1991, p. 67; poi in L. Ghirri, Niente di antico sotto il sole. Scritti e immagini per un’autobiografia, a cura di P. Costantini e G. Chiaramonte, SEI, Torino 1997, p. 314.

Nel 1991, in conversazione con Arturo Carlo Quintavalle, Luigi Ghirri concludeva con queste parole uno dei suoi ultimi interventi pubblici, dal quale emergeva la speranza che una nuova ecologia dello sguardo fotografico potesse nutrire una vera e propria coscienza civile attorno ai temi dell’habitat contemporaneo.

A distanza di quasi tre decenni, le parole di Ghirri tornano ad interrogarci sui mutevoli rapporti che le pratiche e il pensiero fotografico intrattengono con la questione ambientale. Superate le distinzioni di genere che a lungo hanno assegnato compiti alternativi alla fotografia di reportage e a quella di ‘paesaggio’, la produzione internazionale ha elaborato linguaggi e strategie nuove, come attestato ad esempio dalle ricerche di David T. Hanson, Edward Burtynsky, Sebastião Salgado e Armin Linke. Allo stesso tempo, a subire un processo di radicale mutamento è stato il concetto stesso di ambiente: dopo il celebre Rapporto sui limiti dello sviluppo redatto nel 1972 dal Club di Roma ed eventi catastrofici come quelli di Seveso (1976), Three Mile Island (1979), Bhopal (1984), Chernobyl (1986), il discorso ecologico si è spostato sempre più sui fattori sistemici a scala planetaria, con i concetti di riscaldamento globale, antropocene (Paul Crutzen) e iperoggetti (Timothy Morton), fino alla recente definizione di una nuova “generazione Greta”.

Di fronte a questi mutamenti di paradigma, la cultura fotografica si trova oggi nella necessità di ripensare in forme nuove – diacroniche, interdisciplinari e sovranazionali – alcune domande fondamentali che hanno attraversato il Novecento:

– È possibile individuare tipologie e fasi di sviluppo nella cultura fotografica relativa ai temi ambientali?
Che ruolo hanno avuto nel tempo i singoli fotografi (indipendentemente dal loro statuto professionale), le riviste fotografiche, studiosi e progettisti del territorio (in merito all’abusivismo), i movimenti ambientalisti (come i Verdi), le associazioni (Italia Nostra), i soggetti istituzionali (come il Ministero dell’ambiente, istituito solo nel 1986)?

– È possibile e giustificato ricostruire o immaginare un ruolo realmente politico della fotografia a fronte delle crisi ambientali? Se sì, quali sono stati i valori, le finalità e le forme di questo ruolo? Oltre quali limiti la rappresentazione dei rischi e dei disastri ambientali si tramuta o si è tramutata da missione civile a mero spettacolo di consumo?

– È ancora possibile oggi restituire o costruire un’immagine fotografica dell’ambiente, a fronte della progressiva globalizzazione dei fenomeni che ne governano la crisi? Quali sfide pone oggi al fotografo la parziale immaterialità e invisibilità dei processi di trasformazione globale?

– Che ruolo ha oggi la rete nel modellare queste pratiche, rispetto ai canali di produzione e diffusione più tradizionali come i mezzi a stampa, le mostre e i fotolibri?

– Si può ancora individuare un nesso, come suggeriva Ghirri, tra l’‘inquinamento’ visivo del paesaggio e il progredire della crisi ambientale globale? Nel lungo periodo, la cultura fotografica ha contribuito a sanare o ad aggravare queste forme di ‘inquinamento’ dello sguardo?
Studiosi emergenti e affermati sono invitati a proporre saggi in italiano, inglese o francese (max 50.000 caratteri, spazi, note e bibliografia inclusi), corredati da un breve curriculum vitae, entro il 1 febbraio 2019. I contributi, redatti secondo le norme di RSF. Rivista di studi di fotografia, saranno valutati dal Comitato di Redazione. Quelli accettati verranno successivamente sottoposti a referaggio in doppio cieco.

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