This is the end: forme della fine tra serialità e terminatività

Seminario di studio
Centro Internazionale di Scienze Semiotiche Umberto Eco
Urbino, 21-22 aprile 2020

SEGNALAZIONI

Redazione CUC2Written by:

Far fronte alla fine fa parte dell’esperienza individuale e collettiva. In questo seminario intendiamo riflettere su come diverse forme culturali della narrazione trattano il tema della fine superandolo, rimuovendolo, affrontandolo. L’esperienza della fine si manifesta non solo nel ciclo biologico della mortalità umana, ma si riflette in tutte le narrazioni che si confrontino con qualsivoglia forma di chiusura, e assieme con un suo potenziale superamento. Le forme esistenziali, descritte nella loro essenzialità, prevedono la nascita, la crescita e la morte. Ciò sembra riflettersi anche nelle configurazioni narrative, che possono essere rappresentate come una struttura composta da inizio-sviluppo-fine, intesa dunque come “serie” in senso letterale.

Anche nella lingua, le azioni verbali vengono similmente descritte attraverso il loro aspetto incoativo, durativo, e terminativo. Del resto, oltre alla fine nella sua dimensione immediata, puntuale, si può infatti concepire una dimensione durativa, processuale – già colta nel contributo seminale sulla morte di Robert Hertz (1907) –, che assume il carattere della terminatività, che in semiotica “segnala il compimento di un processo… e il suo riconoscimento permette di presupporre l’esistenza dell’intera configurazione” (cfr. voce omonima del dizionario Greimas Courtés). In questo senso, è dalla parte terminale che si risale alla forma nel suo intero.

Pensiamo ad esempio alla dissolvenza in musica, alla chiusura senza stacco, la procedura detta dello “sfumare”: Hey Jude dei Beatles è tra le più celebri nella popular music. Una pratica divenuta a lungo un’estetica, poi sorpassata negli anni Novanta perché dal sapore inautentico. Si pensi anche al finire per progressiva sottrazione di singole voci strumentali, fino alla voce sola. Oppure per progressivo rallentamento, fino alla stasi: mentre la Duetto Alfa Romeo di Benjamin-Dustin Hoffman nel finale de Il laureato si sta fermando perché è finita la benzina, l’accompagnamento della chitarra di Simon & Garfunkel ne segue l’andamento, fino a fermarsi. Celebre nel cinema è il fade out in Amarcord di Fellini: nella sequenza del matrimonio della Gradisca, troviamo un finale che non finisce, che non marca la conclusione.

Le parti conclusive di un testo, dunque, definiscono anche il modo con il quale rileggiamo la sua stessa struttura complessiva. E spesso non a caso è il finale la parte più ardua da scrivere, perché è proprio dal finale che scaturisce la sanzione (positiva o negativa).

Se la fine è dunque una delle componenti strutturali di ogni forma narrativa, allo stesso tempo ciò abilita una articolata riflessività tematica, che a seconda dei casi può diventare impermanenza, trasformazione, distruzione, o rigenerazione. Non ci interessano soltanto gli aspetti formali della questione, ma proprio il dialogo che può sussistere tra la dimensione strutturale formale e quella tematica, ovvero quando il racconto diventa un luogo dove si riflette sull’esperienza della fine.

La problematica può assumere risvolti molto diversi, relativi alle specifiche configurazioni legate alla conclusione, alla chiusura, al termine. In che modo concludere? È possibile accettare il termine di un percorso? Quale soluzione per affrontare la chiusura? “Avviarsi verso la fine”: di una relazione d’amore, dell’anno solare, del mondo, di un romanzo, di una serie tv, di un’opera musicale.

La necessità di una conclusione può prevedere differenti modalità: chiudere “in bellezza” con un “bel gesto”, o al contrario opporre un’azione di resistenza ad oltranza. Procrastinare la fine, dilatando la temporalità. Sedersi ad aspettare la fine, chiudendo “senza voltarsi indietro”, oppure scegliere la dissolvenza, che rimuove ogni marcatura dell’atto conclusivo. La fine, come abbiamo visto, può dunque essere intesa come un momento preciso, temporalmente definito – con le relative scelte e reazioni – oppure come un processo durativo, come un finire, di cui descrivere varie forme e configurazioni.

Dinanzi ad un’entità temporalmente durativa, quale è ad esempio la dimensione seriale nei media, la questione diventa rilevante. La serialità narrativa risulta rassicurante proprio in quanto garantisce la permanenza, e dunque l’esistenza, di un universo narrativo. E la stessa esistenza di una serie tv è almeno in parte correlata alla sopravvivenza dell’universo diegetico dei suoi personaggi. Dunque, il destino delle storie è strettamente correlato all’esistenza del prodotto seriale, e viceversa. Alcune volte il termine di una serie si riflette nella conclusione di una vicenda narrativa, mentre altre volte la chiusura improvvisa per motivi produttivi, lascia indefinita la fine della storia.

Le proposte di intervento potranno essere inviate entro il 20 febbraio 2020 a entrambi i curatori agli indirizzi roberta.bartoletti@uniurb.it e lucio.spaziante@unibo.it. La comunicazione di accettazione delle proposte avverrà entro il 1 marzo 2020.

L’abstract dovrà essere di 200-300 parole, riferimenti bibliografici esclusi, e corredato da titolo, nome dell’autore/i, Università o ente di appartenenza e breve profilo biografico del/dei proponenti.

Comitato organizzatore locale: Stefania Antonioni (Università di Urbino Carlo Bo). 

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