Gianfranco Ayala. Sicilia sottosopra

Mostra a cura di Enrico Menduni
Teatro dei Dioscuri al Quirinale
Roma, 28 gennaio-1 marzo 2020

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Redazione CUC2Written by:

Alla fine degli anni Quaranta Gianfranco Ayala è un giovanissimo fotografo che ritrae la sua città, Caltanissetta, e le campagne intorno. La sua scrittura fotografica è fatta soprattutto di persone, di ogni età e condizione, viste nella loro quotidianità o nelle cerimonie religiose e politiche della comunità. Gli interessa catturare la verità di uno sguardo o di una gioia, e anche la miseria e il dolore, che si manifestano in Sicilia nascosti da un velo di dignità.

La città è anche uno dei centri principali dell’estrazione dello zolfo, di cui l’Italia – grazie soprattutto alla Sicilia – è all’epoca grande esportatrice e prima produttrice al mondo. La miniera ripete la piramide sociale del latifondo: in cima i proprietari, alla base i minatori e nel mezzo i gabellotti, che esercitano funzioni di sorveglianza e controllo sociale e dunque sono infiltrati dalla mafia. La lavorazione dello zolfo, pur condotta con metodi arcaici e durissime condizioni di lavoro, è tuttavia qualcosa di industriale e di moderno. In quella fine degli anni Quaranta, finita la dittatura fascista, i minatori cercano di essere considerati operai – con i diritti e le garanzie che loro spettano. Tra spinte sociali e aspirazioni autonomistiche, questo sembra ancora possibile nella Sicilia dell’epoca.

Lo zolfo è un protagonista della letteratura siciliana, tra Verga, Pirandello, Sciascia, Camilleri. Caltanissetta è all’epoca luogo di scrittori ed editori, di speranze culturali, di conflitti politici che smuovono una comunità intrisa di riti sociali e religiosi culminanti nella Settimana Santa: la Passione del Cristo, compianto dalle madri e abbandonato dagli uomini, metafora della sofferenza umana.

Gianfranco Ayala, giovanissimo, è partecipe di questo clima ed amico di un insegnante di Racalmuto, non ancora trentenne, che si chiama Leonardo Sciascia. La famiglia Ayala possiede una piccola miniera di zolfo, “Giumentarello”, con un centinaio di lavoranti di cui quindici sono i “carusi”, giovanissimi, che portano a spalla il minerale, salendo le strette e buie gallerie. Gianfranco si reca alla miniera, fa amicizia con i minatori per quanto è possibile, osserva le procedure arcaiche con cui si lavora lo zolfo. Aiutato dal padre Gianfranco gira uno straordinario documentario, “Solfara”, presente in mostra, che penetra nelle viscere della terra insieme ai minatori.

La famiglia non invia Gianfranco, come lui vorrebbe, al Centro sperimentale di Cinematografia a Roma, ma all’Università di Torino, per studiare Medicina: presto andrà negli Stati Uniti per poi rimanerci trent’anni. Il trauma del distacco tronca di netto la sua attività fotografica e cinematografica. Questo patrimonio finalmente riaffiora in questa mostra, restituendoci un mondo quasi completamente scomparso. Finita l’era dello zolfo, deluse molte speranze di rinnovamento, il lavoro creativo di Gianfranco Ayala riemerge, come dalle profondità del sottosuolo, con una straordinaria freschezza, e l’attualità di uno street photographer, in questa mostra, realizzata da Istituto Luce Cinecittà, in cui sono finalmente esposti 85 suoi scatti e il documentario “Solfara”.

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