Premio Limina 2019/ I vincitori

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Il Miglior libro italiano di studi sul cinema e la Miglior traduzione italiana di un importante contributo agli studi cinematografici sono assegnati dalla Consulta Universitaria del Cinema. I premi sono assegnati rispettivamente a una monografia accademica e a un’opera di traduzione inerente gli studi cinematografici, pubblicate nel 2018.

Miglior libro italiano di studi sul cinema 2019

Vincitori pari merito:

• Roberto De Gaetano, Cinema italiano: forme, identità, stili di vita, Pellegrini, Cosenza 2018
• Giovanna Maina, Corpi che si sfogliano. Cinema, generi e sessualità su «Cinesex», ETS, Pisa 2018
• Federico Vitella, L’età dello schermo panoramico. Il cinema italiano e la rivoluzione widescreen, ETS, Pisa 2018


Roberto De Gaetano, Cinema italiano: forme, identità, stili di vita, Pellegrini, Cosenza 2018

Perché il “cinema è italiano”? In questo testo, summa del suo ultimo lustro di ricerche, Roberto De Gaetano dà conto di quel “legame stretto tra i caratteri del cinema italiano e l’essenza del cinema tout court”, argomentando la fondazione italiana della modernità cinematografica.

In contrapposizione al cinema americano che, basato sulla potenza dell’azione, si sviluppa lungo una linea improntata alla mimesi e alla valorizzazione dell’intreccio, il cinema italiano – complice la difficile situazione economica e politica in cui versa il Paese nel dopoguerra – è invece intimamente votato alla potenza della vita. È proprio in reazione allo scetticismo verso le istituzioni che questo cinema riuscirà a sviluppare un modello moderno e resistente, aperto alla “indiscriminata vita” e all’irrompere di un reale che si dà nella contingenza, nell’evento e nell’incontro, collocandosi radicalmente al di fuori di ogni logica narrativa.

Continuamente connesso alla storia culturale del Paese e ricco di alti riferimenti teorici e filosofici, questo percorso rigoroso e intelligente riesce a connettere solidamente le grandi stagioni del neorealismo e della commedia all’italiana alle più recenti aperture contemporanee, spaziando agilmente tra autori che vanno da Rossellini a De Sica, da Monicelli a Antonioni, da Germi a Pietrangeli, da Petri a Ferreri, fino a Moretti, Martone, Bellocchio e Sorrentino.

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“Cinema is Italian”. Why? In this text, summing up his last five years of research, Roberto De Gaetano gives an account of that “close link between the features of Italian cinema and the essence of cinema tout court”, claiming the Italian founding of cinematographic modernity.

In opposition to American cinema, based on the power of action and developing over a mimetic and narrative line, Italian cinema is instead intimately devoted to the power of life, due to the economic and political situation in which the country lies after the war. It is precisely in response to the skepticism towards the institutions that this cinema will actually succeed in developing a modern and resistant model, open to an “indiscriminate life” and ready to embrace the eruption of a real occurring in the contingency, in the event, in the encounter, radically placed outside of any narrative logic. Continuously connected to the cultural history of the country and rich in high theoretical and philosophical references, this rigorous and smart journey succeeds in solidly connecting the great seasons of neorealism and Italian comedy to the most recent contemporary productions, easily moving between authors ranging from Rossellini to De Sica, from Monicelli to Antonioni, from Germi to Pietrangeli, from Petri to Ferreri, up to Moretti, Martone, Bellocchio and Sorrentino.


Giovanna Maina, Corpi che si sfogliano. Cinema, generi e sessualità su «Cinesex» (1969-1974), ETS, Pisa 2018

Con oltre centoventi uscite tra il 1969 al 1974, la testata «Cinesex» si può considerare come la più prolifica e “solida” del sottogenere del cineromanzo erotico in Italia: un prodotto culturale “basso”, marginale, ritenuto deviante rispetto al cineromanzo canonico nonché caratterizzato da una duplice e ambigua natura che lo rende di difficile approccio in ambito speculativo.

Ciononostante, l’autrice di questo studio “sfoglia” meticolosamente le pagine della rivista: dalle rubriche di cronaca sessuale a quelle dedicate all’attualità erotica, dalle corrispondenze con i lettori al perno essenziale del periodico, il cinema.

Grazie ad una scrittura di piacevole scorrevolezza, arricchita da continui approfondimenti e da notevoli spunti di riflessione, l’autrice indaga le peculiarità del genere in relazione al contesto socio-culturale di riferimento, ponendo brillantemente in dialogo la fonte storica con i più recenti quadri metodologici e teorici, delineando così il primo studio sistematico di un fenomeno finora trascurato nell’ambito dei Film Studies.

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With over one hundred and twenty issues from 1969 to 1974, «Cinesex» can be considered the most solid and prolific magazine belonging to the erotic cinematographic-novel sub-genre in Italy. Compared to the canonic cinematographic-novel, this erotic periodical could be seen as a “low” and marginal cultural product, even perverse, characterized by an ambiguous nature, which makes it an object of difficult analysis.

Nonetheless, the author of this study meticulously “flips through” the pages of the magazine taking us through sexual and erotic news sections, fan mail and finally the essential keystone, cinema.

Thanks to a pleasantly smooth writing, enriched by a continuous in-depth analysis and remarkable reflections, the author investigates the main features of the genre in relation to socio-cultural context, brilliantly putting the historic source in dialogue with the most up-to-date methodological and theoretical frameworks, and so providing the first systematic analysis of a long-neglected phenomenon in Film Studies.


Federico Vitella, L’età dello schermo panoramico. Il cinema italiano e la rivoluzione widescreen, ETS, Pisa 2018

Il 1953 è la data simbolica dell’importazione, in Italia, del primo film fotografato in CinemaScope a Hollywood: La tunica di Henry Koster. Più di quindici anni dopo, nel 1969, il processo di stabilizzazione della nuova tecnologia può dirsi concluso e lo schermo panoramico diviene la principale opzione di ripresa del film.

Cogliendo i più recenti rilievi del dibattito storiografico e teorico, l’autore di questo studio si muove fra queste due cesure “atipiche” per ricostruire l’adozione del formato panoramico quale nuovo standard di produzione ed esibizione del film da parte dell’industria cinematografica italiana: un processo, ci rammenta lo studioso, di portata storica, tecnologica e sociale. Sposando l’approccio della «storiografia della crisi» di Rick Altman, l’autore indaga le problematiche legate all’adeguamento delle sale, l’impatto delle nuove tecnologie di ripresa sui modi di produzione italiano e il rapporto tra tecnologia e stile.

Alimentato da fonti inedite di incontestabile ricchezza, il volume, dunque, è da ritenersi non solo un contributo prezioso per chi è interessato agli studi sul widescreen: di contro a qualsiasi atteggiamento deterministico ed analizzando in maniera sistemica il fenomeno, L’età dello schermo panoramico restituisce il giusto valore euristico ad un aspetto spesso considerato di rilevanza secondaria dagli studi del settore.

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The year 1953 is chosen as the conventional date of the importation, in Italy, of the first film photographed in CinemaScope in Hollywood: The Robe by Henry Koster. Over fifteen years later, in 1969, the stabilization process of the new technology is finally completed and widescreen becomes the main option to shoot a film.

Grounding his research on the most recent remarks in the historiographical and theoretical debate, the author of this book starts from this two “atypical” dates to retrace the adoption of the widescreen as the new standard of film production and exhibition in the Italian film industry.  This process, as the scholar reminds us, is of great historical, technological and social significance.

By committing to Rick Altman’s “crisis historiography” approach, the author investigates all the issues related to the adjustments of the theatres, the impact of the new technologies with Italian production codes and the connections between technology and style.

Thanks to the undeniable richness of the original sources, the volume can be considered a valuable contribution for widescreen studies. Furthermore, going against any deterministic attitude and applying a systematic analysis of the phenomenon, the book returns the right heuristic value to an aspect often considered of secondary importance in Film Studies.


Miglior traduzione italiana di un importante contributo agli studi cinematografici


AA.VV., Archeologia dei media. Temporalità, materia, tecnologia, a cura di Giuseppe Fidotta e Andrea Mariani, Meltemi, Milano 2018

La prospettiva di ricerca dell’archeologia dei media è in pochi anni divenuta una delle aree più innovative ed interessante degli studi mediali. Tuttavia, l’archeologia dei media, al contempo metodologia investigativa e “disciplina indisciplinata”, come viene indicata dai curatori del volume rifacendosi una felice definizione di Vivian Sobchack, ha ancora bisogno di essere analizzata e discussa nei suoi assunti fondativi per poterne cogliere l’importanza e i possibili sviluppi futuri.

I curatori del libro affrontano questo ampio e complesso tema declinandolo in tre macroaree fondamentali (temporalità, materia, tecnologia) e raccogliendo contributi basilari, tra gli altri, di Sigfried Zielinski, Thomas Elsaesser, Wolfgang Ernst, Wanda Strauven. Nei due ricchi saggi introduttivi, i curatori disegnano un quadro esaustivo e aperto a innumerevoli spunti sulla genealogia dell’archeologia dei media, sulla sua posizione nella storia e nell’estetica del cinema, sul suo statuto epistemologico, sulle sue declinazioni e potenzialità. Così facendo, come da loro stessi dichiarato, hanno voluto rispondere alla necessità condivisa da più parti di rendere disponibile in Italia il vivace dibattito internazionale attorno a questa nuova disciplina, accompagnando il lettore nella sua comprensione e fornendo uno strumento prezioso per studiosi e studenti. Ben più che una semplice raccolta di saggi, questo libro è un invito a riconsiderare le prospettive storiche e teoriche con cui affrontiamo lo studio del cinema e dei media in generale, “oltre i film” come scrivono i curatori, per comprendere sempre meglio lo sviluppo della modernità nella sua interezza e complessità.

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The research perspective offered by media archaeology has become in a few years one of the most innovative and interesting areas in our field. However, media archaeology, which is at the same time an investigative methodology and an “undisciplined discipline”, as indicated by the book’s editors recalling a well-fitting definition by Vivian Sobchack, still needs to be analysed and discussed in its fundamental assumptions in order to understand its importance and its possible future developments.

The book’s editors confront this broad and complex topic through three basilar themes (temporality, matter, technology) and gathering essential contributions by, among others, Sigfried Zielinski, Thomas Elsaesser, Wolfgang Ernst, Wanda Strauven. In two rich introductions, the editors trace an exhaustive yet still open picture on the genealogy of media archaeology, its position regarding the history and the aesthetics of cinema, its epistemological status, its declinations and potentialities. In so doing, as they declare, they wanted to meet the shared need of making available in Italy the lively international debate on this new discipline, introducing the reader in its comprehension and providing a precious instrument to scholars and students. Far more than a simple collection of essays, this book is an invitation to reconsider the historical and theoretical perspectives through which we study cinema and media, “beyond the films” as the editors write, to better understand modernity in its entirety and complexity.


Miglior libro internazionale di studi sul cinema

Attribuito dall’Editorial Board della rivista Cinéma&Cie. International Film Studies Journal


Lee Grieveson, Cinema and the Wealth of the Nations. Media, Capital and the Liberal World System” University of California Press, 2018.

Il potere di persuasione e di propaganda del cinema è noto e ampiamente utilizzato fin dagli inizi del XX secolo. Al centro di questo libro sta l’analisi di come, nel periodo tra le due guerre, numerose istituzioni pubbliche e private come governi, banche, gruppi industriali, agenzie statali utilizzarono il moderno apparato mediatico, e in primis i film, per diffondere a livello globale il sistema politico-economico capitalista. Con approfondite analisi filmiche e ricerche archivistiche di specifici su entrambe le sponde dell’Atlantico, approccio metodologico vigile e criticamente lucido, ampiezza di vedute e uno stile di scrittura brillante e sempre chiaro nel presentare e problematizzare le questioni, l’autore compie un esame del rapporto tra media e sistema capitalista destinato a divenire un punto di riferimento non solo su questo specifico argomento, ma in generale nell’approccio storico-critico al sistema dei media anglo-americani. Il panorama storico offerto dall’autore, come egli stesso mette in luce con grande chiarezza e adeguata vis polemica, presenta inoltre evidenti richiami all’epoca attuale, nella quale il neoliberismo globale dominante ha trovato nei media un veicolo di diffusione potentissimo, sfruttandoli nuovamente ai propri scopi. Non solo, dunque, uno studio di fondamentale importanza per la ricerca accademica, ma anche una riflessione capace di scuoterci sul sistema economico del quale, volenti o meno, facciamo parte.

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The persuasion and propaganda power of cinema has been known and broadly used since the beginning of the Twentieth Century. At the centre of this book lies the analyses of how, in the interwar period, many private and public institutions such as governments, banks, industrial companies, state agencies exploited the modern media system, and films above all, to spread on a global level the political-economical system of capitalism. With in-depth film analyses and archive research on specific cases on both sides of the Atlantic, accurate and critically lucid methodology, breadth of vision and a brilliant writing style able to clearly present and problematize the issues, the author accomplishes an exam of the relationship between media and capitalistic system destined to become a landmark not only on this specific subject, but on the general historical and critical approach we have to the Anglo-American media panorama. This study, as the author explains with the appropriate argumentative force, presents evident parallels with today scenario, where the dominant global neoliberalism has found in media a powerful tool of diffusion, exploiting them for its purposes. Not juts a fundamental study for academic research, therefore, but also a reflection capable of questioning us on the economical system in which, willing or not, we all live.

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