Oltre l’inetto? Rappresentazioni plurali della mascolinità nel cinema italiano

Convegno di studi
Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”
Bari, 6-7 dicembre 2018

CONVEGNI E CFP

Redazione CUC2Written by:

Nel suo seminale Beyond the Latin Lover: Marcello Mastroianni, Masculinity, and Italian Cinema (2004), Jacqueline Reich ha osservato che, a partire almeno dal secondo dopoguerra, la rappresentazione della mascolinità nella letteratura e nel cinema italiani è dominata dalla figura dell’“inetto”, cioè da “un uomo in conflitto con un ambiente politico e sessuale instabile e a volte destabilizzante” (1). Più precisamente, per la studiosa americana l’inetto è un maschio passivo, vigliacco e impotente che non può (o non vuole) più incarnare il modello di mascolinità prescritto dalla cultura italiana: quello che secondo l’antropologo David Gilmore (1987) è fondato sull’esaltazione della potenza sessuale e sulla preservazione dell’onore familiare. Con riferimenti più o meno diretti al lavoro di Reich, ricerche successive hanno impiegato il paradigma della crisi della mascolinità per analizzare le numerose immagini di uomini inconsistenti, vittimisti, nevrotici (Ben-Ghiat 2005; Hipkins 2007; Manzoli 2012; O’Rawe 2014) che popolano il cinema italiano dal dopoguerra al nuovo millennio, in modo trasversale alle correnti di genere e alle poetiche d’autore. Queste immagini sono state giustamente concepite come l’espressione (e la riarticolazione) cinematografica delle profonde trasformazioni che hanno interessato la sessualità maschile nel corso del secondo Novecento, a partire dalla dissoluzione del patriarcato tradizionale sotto la triplice morsa del consumismo neo-capitalistico, della rivoluzione sessuale e del femminismo della seconda ondata (Bellassai 2004).

Il convegno Oltre l’inetto? Rappresentazioni plurali della mascolinità nel cinema italiano punta a inserirsi nel solco tracciato da queste riflessioni, tentando però di problematizzare, tanto a livello teorico quanto a livello storico, il paradigma della crisi, ormai divenuto una delle “narrazioni dominanti” nello studio della mascolinità nel cinema italiano. Come sottolinea Sergio Rigoletto (2014), infatti, questo paradigma sembra fondarsi su una logica interpretativa binaria, costruendo (o comunque postulando) un modello normativo “idealtipico” di maschio italiano – iper-sessuato, aggressivo, sprezzante, predatorio, familista – “in relazione al quale vengono misurate tutte le rappresentazioni cinematografiche degli uomini” (2014: 6). Secondo questa prospettiva, cioè, i personaggi maschili del cinema italiano dispongono di due sole opzioni: attualizzare un archetipo mascolino che, almeno dal secondo dopoguerra in avanti, appare storicamente (se non ontologicamente) irraggiungibile, oppure essere inevitabilmente per “figure inette, femminilizzate ed emasculate” (6). Canalizzando l’analisi su questo binario prestabilito, l’assioma della crisi rischia dunque di sottostimare l’eventuale presenza nel cinema italiano di configurazioni alternative o plurali di mascolinità, in rapporto sia a potenziali variazioni di ordine diacronico, diatopico o diastratico (pensiamo per esempio alle variabili regionali, di estrema rilevanza nel contesto italiano), sia a più ampie trasformazioni di carattere culturale, economico e finanche epistemico (pensiamo per esempio all’incidenza del postmodernismo nello sviluppo di nuove immagini di maschi).

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